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Il dovere di essere all’altezza di quel dolore. Trovare le ragioni di un impegno comune

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Il dovere di essere all’altezza di quel dolore.

Trovare le ragioni di un impegno comune

 «C’è qualcosa che viene prima della politica e che segna il suo limite. Qualcosa che non è disponibile per nessuna maggioranza e per nessuna opposizione: l’unità morale, la condivisione di un unico destino, il sentirsi responsabili l’uno dell’altro. Una generazione con l’altra. Un territorio con l’altro. Un ambiente sociale con l’altro. Tutti parte di una stessa storia. Di uno stesso popolo»

In questo fine settimana, nel consueto spazio dedicato di volta in volta ad un approfondimento tematico, proponiamo il discorso che il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha tenuto il 1° giugno, al Palazzo del Quirinale, nella vigilia della festa della Repubblica, in occasione del Concerto dedicato alle vittime del coronavirus.

È un testo breve, ma denso, che attualizza le ragioni poste alle radici del nostro essere comunità civile, offrendo molti spunti di riflessione sia sulla fase drammatica che il Paese sta vivendo, sia per affrontare i giorni futuri. Sicuramente molti di noi lo avranno letto o ascoltato, ma crediamo valga la pena di tornarci.

È il nostro modo di ricordare il 74° anniversario della proclamazione della nostra Repubblica democratica, fondata sul lavoro, una e indivisibile, solidale.

Il link è il seguente: https://www.quirinale.it/elementi/49354

All’URL https://youtu.be/ANrWj2HS_Vo si può trovare il video del discorso del Presidente Mattarella.

IL VIRUS È UNA PUNIZIONE DI DIO? Un interessante articolo della Civiltà Cattolica sulla manipolazione della Bibbia ad opera dei «profeti di sventura che infieriscono su un’umanità già ferita e sanguinante»

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Pubblichiamo l'approfondimento periodico della sezione specifica dedicata "finestra di approfondimento":

IL VIRUS È UNA PUNIZIONE DI DIO?

Un interessante articolo della Civiltà Cattolica sulla manipolazione della Bibbia ad opera dei «profeti di sventura che infieriscono su un’umanità già ferita e sanguinante»

«Per chi ama davvero la Bibbia può risultare sconcertante che qualcuno stia piegando a proprio uso e consumo alcuni passi biblici che potrebbero far alludere a una crisi come quella del coronavirus. Si tratta di versetti sistematicamente estrapolati dal contesto e applicati a forza alla realtà attuale. I profeti di sventura se ne servono per proclamare che la pandemia che stiamo vivendo è una punizione di Dio adirato contro un mondo peccatore. Essi citano versetti contro qualsiasi cosa urti la loro sensibilità e infieriscono a colpi di Scritture su un’umanità già ferita e sanguinante. Talvolta sembra quasi di avvertire la soddisfazione con cui citano passi che descrivono piaghe e catastrofi scagliate da un Dio permaloso su un mondo che ha bisogno di essere punito».

Sono parole che troviamo su La Civiltà Cattolica – storica testata dei gesuiti, la più antica tra le riviste italiane ancora edite, tradotta in moltissime lingue (dall’aprile scorso anche in cinese) e il cui primo numero è datato 6 aprile 1850 – nei primi paragrafi di un articolo davvero interessante di padre David Neuhaus, corrispondente da Israele e professore al Pontificio Istituto Biblico di Gerusalemme.

L’articolo (tratto dal Quaderno 4077 del 2 maggio 2020, pp. 238-243), citando e commentando a titolo esemplificativo passi dell’Antico e del Nuovo Testamento, interviene su alcuni luoghi comuni che danno una falsa immagine del Dio della Bibbia; luoghi comuni riproposti anche in occasione della pandemia dovuta al Covid-19 da persone che si professano cristiane, ricoprendo a volte ruoli significativi, e che utilizzano i testi in modo scorretto. È importante, perciò, il passaggio «dalla falsa lettura alla corretta interpretazione» che l’Autore sostiene, suggerendo un metodo che va oltre le circostanze attuali.

Proponiamo, dunque, l’articolo de La Civiltà Cattolica per l’approfondimento di questa settimana, ritenendo di fare una cosa utile – oltre che per i credenti – per la rilevanza culturale che l’argomento ha in una prospettiva più generale. Questo è il link che ci porta al testo:

https://www.laciviltacattolica.it/articolo/il-virus-e-una-punizione-di-dio/

David Neuhaus, gesuita, figlio di ebrei tedeschi fuggiti dalla Germania negli anni Trenta, diventato cristiano negli anni giovanili, insegna Sacra Scrittura a Gerusalemme. Un suo breve e interessante profilo si può trovare a questo link.

https://www.acli.it/da-cristiano-nella-convivialita-delle-differenze-la-storia-straordinaria-di-padre-david-neuhaus/

Buona lettura.

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APPROFONDIMENTO PERIODICO:Covid-19: ridefinire priorità e spazi. Come rispondere al bisogno di socialità?

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Covid-19: ridefinire priorità e spazi. Come rispondere al bisogno di socialità?

L’emergenza coronavirus ha profondamente modificato abitudini e stili di vita, relazioni sociali, cambiando il nostro presente.

Ma il futuro? Come ridefinire priorità, spazi? Come rispondere al bisogno di socialità?

Proponiamo un interessante e stimolante articolo di Rossana Galdini, docente di Sociologia Urbana e Sociologia della Progettazione Territoriale presso il dipartimento di Scienze Sociali ed Economiche della Sapienza, Università di Roma e autrice di «Terapie Urbane - I nuovi spazi pubblici della città contemporanea» (Rubbettino), dedicato agli scenari aperti dal Covid-19, pubblicato sul sito del Corriere della sera corriere.it/La ventisettesima ora e intitolato “La città riflessiva: Luoghi, spazi, relazioni tra distanza sociale e giusta distanza”.

Si può leggerlo dal link sottostante. Sarà sicuramente utile a tutti noi.

https://27esimaora.corriere.it/20_aprile_02/covid-19-scenari-citta-ci-riflette-luoghi-spazi-relazioni-distanza-sociale-giusta-distanza-16047d96-7354-11ea-bc49-338bb9c7b205.shtml

Approfondimento periodico: La stupidità del male. Storie di uomini molto cattivi di Ermanno Bencivenga .

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Il male? C’è, ma è stupido

 

Perché c’è il male nel mondo? Perché commettiamo il male? Ma, il male, che cosa è?

Alzi la mano (virtualmente) chi non si è mai posto queste domande di fronte a una tragedia della storia, a un torto subìto, alla oggettiva cattiveria di un comportamento (anche sulla “oggettività” del male e del bene ci sarebbe da discutere: esiste un criterio “oggettivo” per decidere cosa è bene e cosa è male?), ma anche alla pandemia che stiamo combattendo in questi giorni… Perché, per citare la narrazione biblica di Genesi 3, a un certo punto, al centro del nostro sguardo si colloca non più l’albero della vita, ma l’albero della conoscenza del bene e del male?

Una risposta interessante – e motivata con rigore – ad alcuni degli interrogativi sul male, sulla sua esistenza e sulle “ragioni” che lo scatenano, ci viene dal libro di Ermanno Bencivenga (professore ordinario di Filosofia nell’Università della California) La stupidità del male. Storie di uomini molto cattivi (Feltrinelli, 2019).

APPROFONDIMENTO PERIODICO: LA NOTTE DEL GETSEMANI

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LA NOTTE IN CUI CHIEDIAMO DI NON ESSERE LASCIATI SOLI

Perché uno psicoanalista torna alla notte del Getsemani?

Perché uno psicoanalista sente il bisogno di tornare all’esperienza di Gesù nel Getsemani, provando a «illuminare la scena in tutte le sue pieghe»? «La risposta per me – o, meglio, in me stesso – è chiara», scrive Massimo Recalcati nell’introduzione al suo La notte del Getsemani (Einaudi, 2019): «Perché attraverso questa scena il testo biblico parla radicalmente all’uomo, tocca l’essenziale della sua condizione, della condizione “senza Dio” dell’uomo, la sua fragilità, la sua mancanza, i suoi tormenti. Le ferite dell’abbandono e del tradimento, la ferita dell’ineluttabilità della morte non sono forse le ferite più profonde che un uomo deve sopportare? Non è qui che si manifesta la dimensione più radicale di un “negativo” che nessuna dialettica può riscattare? E la psicoanalisi non si confronta costantemente nella sua pratica e nella sua teoria con questa dimensione tragica e “negativa” della vita?».

La notte della solitudine e dell’abbandono

Nei giorni in cui sperimentiamo acutamente il limite della condizione umana e misuriamo i nostri passi dentro uno spazio ristretto, in un tempo che per alcuni è dolorosamente, più che per altri, tempo di solitudine e forse di desolazione, tornare alla notte in cui Gesù, dopo l’ultima cena e prima di essere arrestato, «appare nella sua più radicale umanità», ci aiuta a guardare dentro noi stessi.

Il libro nasce da una conferenza (La lezione del Getsemani) tenuta il 25 febbraio 2017 presso la Comunità di Bose (Piemonte, provincia di Biella: una comunità ecumenica fondata da fratel Enzo Bianchi) e dall’Autore è dedicato appunto alle sue sorelle e ai suoi fratelli del Monastero di Bose.

Le pagine di Recalcati, noto psicoanalista, docente, saggista, autore di programmi televisivi, collaboratore di Repubblica, ci conducono dall’ingresso di Gesù in Gerusalemme, in cui una folla lo accoglie al grido di “osanna” (la «gloria del Messia», l’evento che la liturgia cristiano-cattolica ricorda nella “domenica delle palme”), alla notte della solitudine e dell’abbandono.

I brevi capitoli ci fanno rivivere le tappe degli ultimi giorni della vita di Gesù, prima dell’arresto e della crocifissione, perché «ancora più della crocifissione» quella notte «parla della finitezza vulnerabile della vita del Cristo, parla di noi, della nostra condizione umana». C’è, nel racconto del Getsemani, la «pesantezza di una notte che non finisce mai, la solitudine inerme e smarrita dell’esistenza che vive l’esperienza del tradimento e dell’abbandono. Questa notte non è la notte di Dio, ma la notte dell’uomo; in essa si consuma la vera passione di Cristo: Dio si ritira nel silenzio abissale del cielo non risparmiando all’unico suo figlio prediletto l’esperienza traumatica della caduta e dell’assoluto abbandono».

È possibile una vita nuova?

C’è una colpa dei sacerdoti che, mentre il Cristo entra a Gerusalemme, tramano per ucciderlo. È «un punto chiave dell’esperienza di Gesù: la potenza della parola animata dalla fede tende a urtare contro la sua istituzionalizzazione». E «la colpa dei sacerdoti del tempio è quella di essere l’immagine di una fede che ha dimenticato se stessa», di avere interpretato l’eredità della Legge «solo come continuità, come replica formale, come ripetizione rituale dello Stesso schiacciandola sulla mera conservazione del passato»: l’eredità autentica della Legge – l’eredità di Abramo, di Isacco e Giacobbe – «implica piuttosto un movimento in avanti che punta a dare compimento alla Legge senza ridurla a un corpo morto».

Il testo di Recalcati, un’analisi che si snoda sulla trama del racconto evangelico, ci mostra un Gesù che sperimenta come la verità della sua predicazione consista nella testimonianza che incarna il Verbo. Ma è possibile una Legge che non sia un peso, un’obbedienza masochistica? Una vita nuova che non sia dominata dalla paura della Legge? «La decisione di Gesù nel Getsemani non è quella di sacrificare la propria vita sull’altare cupo della Legge, ma di offrire, di donare la propria vita, di restare fedele al proprio desiderio. Si tratta di un assoluto gesto di libertà che trova solo in se stesso il suo fondamento. Ogni atto di amore, se è davvero tale, è sempre assoluto perché trova la sua soddisfazione solo nel compimento di se stesso e non in un tornaconto (…). Nella decisione di Gesù di andare sino in fondo, di portare a compimento il proprio destino, non si deve scorgere una rinuncia sacrificale di se stesso, quanto la sua piena realizzazione perché, come egli dice, “Nessuno me la toglie [la vita]: io la do da me stesso” (Gv 10, 18)».

Tre esperienze radicali

Recalcati ci fa ripercorrere le tre esperienze radicali della notte del Getsemani: tradimento, angoscia, solitudine e preghiera. Il traditore non è fuori di noi, ma è uno di noi, è dentro di noi. E se il tradimento di Giuda è tradimento “politico” che nasce forse da un’incomprensione di fondo delle scelte di Gesù e che non si apre all’amore perché l’Iscariota si suicida, si chiude alla vita, le lacrime di Pietro costituiscono invece un fondamento nuovo dell’amore.

L’Autore ci porta nel cuore del tormento di Gesù (e di tutti gli esseri umani) di fronte alla morte, quando si sperimenta l’assoluto abbandono.

Due sono le preghiere dell’uomo di Nazareth. La prima è la supplica al Padre, al Dio biblico la cui legge è l’amore e dunque l’eccezione alla Legge, di risparmiargli quel calice, una supplica alla quale la risposta è il silenzio di Dio.

La seconda preghiera è la consegna, un gesto che «libera la Legge dall’ombra mortifera del sacrificio», in cui «Gesù capovolge il rapporto con la Legge: assume la Legge come verità del proprio desiderio senza più sottoporsi alla violenza della legge». Gesù si affida all’Altro. «Questo è forse l’insegnamento più alto che scaturisce dalla notte del Getsemani. La seconda preghiera di Gesù è l’esito di un disarmo assoluto. L’Io si piega a una alterità che lo supera, accoglie la Legge del desiderio come destino». «Consegnare la propria vita al proprio desiderio non significa solo emancipare la Legge dal dover-essere con sacrificio del proprio essere, ma anche accogliere l’assenza di Dio, l’ateismo come condizione di fatto dell’uomo (…). Significa cogliere che nella forma umana della vita l’essere consegnato all’Altro è una struttura ontologica fondamentale (…) La fede più radicale non sorge dalla presenza ma dall’assenza di Dio. Per questo Bonhoeffer può scrivere che chi è “senza Dio” è più vicino a Dio. L’ateo che dubita, che fa esperienza radicale della solitudine, assomiglia di più al Gesù del Getsemani che non il credente che non conosce il dramma del dubbio».

L’esperienza più profonda della preghiera

«L’insegnamento del Getsemani mostra che essere senza Dio significa essere più vicini a Dio e che l’esperienza dell’assenza di Dio rende, paradossalmente, Dio più vicino all’uomo. Ma questa vicinanza non è semplicemente consolatoria. In essa troviamo piuttosto l’esperienza più profonda della preghiera, (…) un atto di disarmo, di consegna, di offerta senza condizioni al di là dell’Io. “Non sia fatta la mia, ma la tua volontà”, conclude il suo travaglio Gesù. Sicché l’Io cede, indietreggia, si affida all’Altro sebbene l’Altro – ed è questa la prova ultima – non risponda».

Il libro di Recalcati scava in profondità e valeva la pena di segnalarlo in questi giorni, tra la “domenica delle palme” e la notte del Getsemani, giorni di passione per un’umanità in crisi e smarrita, in una notte in cui molti, come Gesù (mentre i discepoli si addormentano), chiedono di non essere lasciati soli.